Uno spazio per chi vuole raccontare in maniera creativa la propria galera, quella degli altri, quella solo immaginata o quella assolutamente inimmaginabile.
INSERTI
Salvatore Ferraro

In carcere arrivava un solo giornale. Ce lo davano gratis ogni settimana: si trattava di Famiglia Cristiana. Lo trovavi puntualmente sopra la branda, al rientro del "passeggio" mattutino, avvolto nel cellophan sporco.
Gli altri giornali dovevi ordinarli in anticipo.
Se volevi la copia del mercoledì, per esempio, la dovevi ordinare quattro giorni prima e t'arrivava verso le 11,00 pieno zeppo di notizie ormai invecchiate.
Il costo del giornale, rispetto al prezzo di fuori, era quasi raddoppiato. L'importo ti veniva detratto dal conto che i familiari (chi ce li aveva) provvedevano periodicamente ad alimentare con un po' di denari (chi ce li aveva).
In carcere si leggevano molti quotidiani. Ma il top era il "corriere dello sport".
Quasi tutti i detenuti ordinavano una copia del corriere dello sport, lo si faceva a rotazione: i soldi erano davvero pochi.

Io allora ordinavo un altro giornale: La Repubblica.
Anche all'epoca era un giornale di merda ma, forse, un po' meno di oggi.
Dei giornali mi piacevano, soprattutto, gli inserti. Gli inserti dei quotidiani, dentro il carcere, erano dei piccoli guerriglieri rivoluzionari. Con i polpastrelli recidevi il cellophan e loro scivolavano per terra lasciando una scia di colore vivo nel pavimento smorto e grigiastro della cella.
Erano pagine diverse, colorate, con molte foto. La cella subiva uno shock. Troppo colore all'improvviso.
Raccoglievo quegli inserti, gli davo un'occhiata: era un modo come un altro di passare il tempo.
Tutto qui.
Poi il venerdì era il "gran giorno" perché in cella "atterrava" l'inserto grosso: il Venerdì di Repubblica. Ed era festa. Tanta carta, tante foto, tante notizie e almeno un articolo meritevole di essere letto.
Ma soprattutto, il "Venerdì di Repubblica" aveva LEI: la striscia.
Tecnicamente, una strip profumata che trovavi quasi sempre a metà lettura. Scollavi il lembo adesivo, agitavi un poco, e il gioco era fatto. La cella si riempiva di quell'essenza e, per un attimo, l'odore stantio, senza vita, della cella veniva sopraffatto . La "botta" era forte. Quasi sensuale.
Sollevavi il naso e aspiravi in profondità quella chimica che confondevi per ossigeno puro, benevolo. Il profumo era una novità piacevole, che cambiava l'umore della giornata.
Se ne era accorto Nicola che, quella strip imbevuta di profumo, me la chiedeva sempre in dono. Io gliela allungavo dal blindato mentre lui incollava il suo naso a quel lembo di carta adesiva succhiandone la fragranza quasi fosse cibo salvifico.
Il carcere ha un odore terribile. Sa di morte. Quel profumo combatteva la morte e combatteva il carcere.


Così ogni venerdì la scena si ripeteva. Sentivo i suoi passi, alla solita ora. Nicola chiedeva l'autorizzazione ad accostarsi alla mia cella, riceveva da me la strip profumata. Le dava una prima poderosa aspirata e se la portava in cella per godersene la linfa per ore e ore, fino a seccarla.
Pare che Nicola procedesse all'operazione di "sniffo" standosene sdraiato sulla branda, con la testa ficcata sotto il cuscino.
Ogni venerdì.

Non ho più rivisto Nicola. Intendo dire, fuori. Dovessi incontrarlo gli chiederei solo di quelle strip. Gli domanderei se, in quei mesi, l'hanno aiutato a vivere meglio la sua condizione di recluso. Se, magari, quel profumo era il tentativo di far affiorare con più concretezza il ricordo di una persona . O se era solo il semplice desiderio di un respiro diverso. Gli chiederei se quelle fragranze l'hanno, in qualche modo, aiutato ad andare avanti. O se, al contrario, oggi prova repulsione per i profumi, tutti i profumi, per lui ormai inevitabile e beffardo richiamo di quei terribili "Venerdì" di prigione.
CALLE LUNA CALLE SOL
Salvatore Ferraro

Raggiunsi l'apice del degrado della mia carcerazione un giorno d'estate.
Era Agosto, il mese del silenzio e della morte. Almeno in carcere.
Tutti scappavano ad agosto: i medici, i volontari, gli educatori, gli psicologi. La sorveglianza era dimezzata, le celle, al contrario, si riempivano.
Ad Agosto, la società di fuori approfittava delle vacanze per ripulire le strade da alcolizzati, barboni, clandestini, ladruncoli, zingari. Tutti venivano stipati nelle celle che divenivano un ammasso di caldo e sudore.
Quella mattina mi ero svegliato con una sensazione sgradevole addosso, mal di testa, stanchezza, stordimento da stress e nausea.
Intorno c'era cattivo odore, l'odore di pelle umana sporca uccideva l'aria. L'acqua del rubinetto era di un caldo imbevibile. E non si respirava.
I giri di chiavi, il metallo battuto nelle grate, le porte che si aprivano, il vociare sbiadito mi ricordavano che era l'ora del passeggio.
Ma chi voleva uscire?
Mezzo reparto si era allagato: tubo rotto. E l'acqua che ne era uscita era divenuta ormai stagnante e puzzolente. Stavamo in una gabbia di caldo con l'odore di sporco.
E poi quella canzone: Calle Luna Calle Sol. Sparata nell'aria da un esercito di televisori accesi coi volti dei detenuti nuovi, i detenuti di agosto, a offrirmi il tragico ritratto della povertà.
Era tutto indigeribile.
Stavolta non c'era ironia, non c'era rabbia, non c'era cattiveria, non c'era speranza in quelle facce.
C'era solo povertà. Povertà vera.
E il sole era cattivo, l'acqua era tossica e la musica irrideva quella scena.

Ho ancora i brividi sulla pelle.


PALLE
Salvatore Ferraro

"Burracchio" mi raccontò che da giovane era stato un guerriero Ninja.
Mi disse anche che era stato agente penitenziario nelle carceri del Venezuela, che sua moglie era Miss Italia edizione 1989 e che lui si era laureato in Legge "direttamente con Giulio Andreotti".
"Sperduto", invece, era stato fidanzato con Monica Bellucci, suo cugino era stato nientemeno che il costruttore del ponte che attualmente unisce Messina con Reggio Calabria e Vasco Rossi era da tempo suo intimo amico.
La barca del "Capitano" era lunga venti metri, la casa del "Malizia" era di 500 metri quadrati, "Febi" aveva un tesoro messo da parte, il "barese" era ricco sfondato coi soldi fatti vendendo scarpe sotto la metropolitana di Bucarest.
La forza del carcere era proprio questa: annullava la tua vera identità. In carcere ti potevi inventare quello che non eri e diventarlo davvero per giorni, mesi, anni.
Per molti era un regalo inaspettato. Potersi ricostruire una biografia, una nuova vecchia esistenza, rendere il proprio passato più interessante e movimentato. Renderlo, soprattutto, ricco.
....anche per questo molti, una volta usciti di galera, desideravano ritornarci il più presto possibile

(di S. Ferraro, da "Galera, le ultime incisioni)
LINGUAGGI
Salvatore Ferraro

LINGUAGGI
(Autolesionismo)

Makram si era cucito le labbra. Con ago e filo. La sua bocca ora sembrava una cerniera di carne tenuta stretta da un'erba sottile. La voce gli usciva flebile, solo un indistinguibile mugugno, ma ora si faceva finalmente ascoltare.
Molti anni prima, Giorgio aveva fatto qualcosa di simile. Si era inchiodato i testicoli su uno sgabello. Stessa ragione: farsi ascoltare.
In genere, il linguaggio che si usava in carcere per farsi ascoltare era meno eclatante: ci si tagliuzzava un braccio, si lacerava lo stomaco, si accoltellava la gola. Quasi sempre si utilizzava un rasoio ricavato da una scatoletta di tonno.
A parlare era poi il sangue che colava a caldi fiotti preceduti tutti da un veloce, impetuoso, zampillo e le orecchie del penitenziario finalmente si aprivano. Anche se per poco. Ma si aprivano.
Era un linguaggio partorito dal silenzio. Puro silenzio.
Ed era anche un silenzio totale a precedere quel gesto. Quasi sempre di notte: una voce secca, sicura, diceva: "Guardia venga alla cella numero 10!".
Significava che un detenuto voleva essere ascoltato. Sangue, odore di sangue e non solo.
Non finiva lì. Quello era un linguaggio perenne. Ogni giorno quell'esercito di silenziosi) era ben visibile agli occhi di ognuno.
Braccia, gambe, colli e ventri attraversati da solchi profondi, tagli di lametta, come strade irregolari. Un tempo, attraversati da rivoli abbondanti di sangue. Ora più simili a torrenti secchi. Quei tagli erano le loro parole, le sole possibili lì dentro. Per essere ascoltato. In carcere succedeva sempre così.
Le parole, quelle vere, erano finite, asciugate, morte.
E non uscivano più, da tanto tempo, da nessuna parte.

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