Uno spazio per chi vuole raccontare in maniera creativa la propria galera, quella degli altri, quella solo immaginata o quella assolutamente inimmaginabile.
LA POESIA BRUCIA
Salvatore Ferraro

Quando mi trovavo "dentro" avevo un vicino di cella egiziano. La mattina, prima di andare all'"ora d'aria", si fermava davanti la mia cella e con gli occhi inseguiva i tanti libri con cui l'avevo occupata. Un giorno mi chiese in regalo un libro. Gli dissi di scegliersene uno. Guardò con attenzione: scelse un'antologia di poesie di Gibran. Qualche settimana dopo me ne chiese un'altro. Lo invitai an
cora a scegliere. Volle leggere l'antologia di Lee Masters. Aveva dunque scelto: un poeta della vita e uno della morte. Era una strana coincidenza. Qualche giorno dopo fu scarcerato. Lo vidi andare via. Carico di niente. Ma forse con l'animo ancora riempito di poesia, di vita e di morte. E anche quando scoprii che l'egiziano volle e scelse proprio quei libri semplicemente per la carta dura della copertina, ideale per fabbricarsi in cella delle ottime canne, in qualche modo fui contento: Nur aveva incontrato la poesia. E la poesia brucia.
SCRIVANO
Salvatore Ferraro

Correva l'anno 1998 e stavo ancora "dentro". Per il fatto di scrivere meno peggio in italiano (e mica tanto) e conoscere qualcosina in più di diritto, fui insignito "sul campo" del ruolo di "scrivano di reparto": il G11 di Rebibbia. La mia cella, così, veniva ogni giorno riempita di atti, carte, faldoni e richieste. Ossia, invece di giocare a carte, osservare il soffitto o guardare la tv, mi occupavo di scrivere istanze ai giudici, richieste all'amministrazione penitenziaria e revisioni...di lettere d'amore. In quell'anno, grazie a quegli atti scritti da me uscirono almeno sette persone (rivendicai sempre il merito di quelle scarcerazioni: in verità, quattro furono dovute a semplici automatismi giuridici ritardati dal fatto che gli interessati non erano assistititi da avvocati di fiducia. Tre, invece, dovettero il lieto esito grazie a carambole giudiziarie o alchimie processuali di cui non esiste ancora spiegazione logica.
"Chicco", no. "Chicco" mi disse che voleva provarci da solo. Voleva scrivere da sé la sua istanza. Era tornato dentro per una revoca di un beneficio dovuto a una contestata evasione dei domiciliari. Mi chiese solo se potevo correggergli la versione finale. Solo questo. Dissi di sì. "Chicco" restò in cella a scrivere, per cinque sudatissime ore. Sentivo il suo bofonchiare, il rumore della carta che si accartocciava, le linee sottili di un ragionamento giuridico espresso ad alta voce. Poi: fumata bianca. Il ricorso era pronto. "Chicco" passò il foglio a Ferruccio , lo "scopino" di reparto che lo consegnò a me per la correzione finale. Buttai un'occhiata all'atto. C'era solo una riga. Malferma. Con su scritto: "LA CORPA NON E' MIA"
MOSTRINE
Salvatore Ferraro

Ho una grandefortuna: so quando la mia vita ha toccato il fondo.
Non è da tutti.
Mi trascinavano ammanettato. Sotto le segrete di Piazzale Clodio. Le ossa spaccate dalla stanchezza e dal risveglio gelido lì a Regina Coeli.
L'attesa nella cella di transito, piena di fumo e sudore, per la "traduzione" in Tribunale.
Io, prima, assieme agli altri compagni. Poi da solo, circondato da cinque agenti.
Buio, freddo, e la "passerella ammanettata" in quei corridoi, con le frasi d'amore, d'odio, di "magica roma", di noia, di disperazione, malferme sui muri, a rimbalzarmi sugli occhi come cartelli pubblicitari di un inferno qualsiasi.
Niente di speciale. La solita scena. Almeno per un detenuto in attesa di giudizio, anzi, per qualsiasi detenuto.
E invece no. In quel momento stavo per toccare il fondo anche se ancora non lo sapevo.
Tutto ebbe inizio con una frase, breve. Detta da un giovane agente e rivolta al suo superiore, col massimo del garbo e soggezione:"superio'...sbaglio?..o ho l'impressione che il tessuto della sua camicia non sia quello in nostra dotazione?". Il "superiore" annuì, sorrise, con un velo di soddisfazione in volto: forse aspettava quel riconoscimento da anni. Sì, era vero, il tessuto della sua camicia era diverso, di qualità maggiore "quando puoi permetterti 300.000 lire in più..." si limitò a dire. La sua "superiorità" era tutta là, rispetto ai suoi colleghi, rispetto a me, rispetto al mondo:dentro quella camicia di qualità appena migliore.
Intervenne un terzo agente. Vecchio, emaciato. Ricordò come le camicie in dotazione della polizia penitenziaria negli anni '80 a fine giornata emanassero un cattivo odore. Si aprì un dibattito. Le camicie. Le loro, mentre mi trascinavano in manette, avvolto nella nuvola azzurrina dei loro tessuti a basso costo. Dei pochi soldi a fine dei mense, del "concorso che "ancora non è uscito il bando". Manette ai polsi, proprietà di Stato, nel buio del tunnel. Poi finalmente fuori ed è anche peggio. Gli occhi si bruciano. Il sole non è un amico. Ti schiaffeggia gli occhi, ti pizzica il collo. Il "superiore" torna a parlare di quel tessuto "che non fa sudare" e che "mia moglie dice che è anche più facile da lavare". E gli altri poliziotti ascoltano, con ammirazione. Forse un giorno toccherà anche a loro una camicia così. Un tessuto così. "Se si decidono a sbloccare 'sti concorsi". E le manette adesso mi fanno male. Colpa del sudore ai polsi.
E' ora. Il Tribunale mi aspettava. Mi aspettavano i giudici. Le loro costosissime toghe mi aspettavano. Anche i miei avvocati avevano toghe di altissima qualità. E io, invece, mi sentivo senza più" mostrine" da essere umano. Era la prima volta che mi sentivo così. Anzi, l'unica. Poi non ricordo molto. Ricordo che non avevo voglia di parlare. Ricordo che ero stanco. Ricordo che quel giorno, poi, l'udienza fu rinviata per un errore nella notifica.
STONATURE
Salvatore Ferraro

La chitarra, alla fine, fu autorizzata ad entrare. Reparto G11, secondo piano.
Fu grazie all'intercessione di Padre Vincenzo, più influente delle nostre precedenti venti richieste tutte cestinate.
Il reparto aveva finalmente una chitarra. Un evento rivoluzionario dentro un carcere.
La chitarra fu scortata da un agente. Transitò lungo il corridoio accompagnata dagli sguardi annegati nel buio dietro i blindati e respiri trattenuti, manco si trattasse di una donna sensuale.
Era, al contrario, una chitarra ignobile. Deforme, di un colore sbiadito, le corde ad altezza diseguale e annerite dall'usura. Dentro, per una sola ragione: accompagnare i canti della messa di reparto del sabato. Ecco perché era stata autorizzata a entrare.
Dopo la messa, infatti, Don Vincenzo doveva consegnarla a un ufficio della sorveglianza o riportarla alla sua canonica fino alla messa successiva.
La diedero a me. Per accordarla.
Era più di un anno che, in quanto carcerato, non ne toccavo una. La imbracciai, sentii il legno addosso, il profumo tipico e, improvvisamente, un rivolo d'energia cominciò a circolarmi nel sangue. A fortificare il corpo.
Avevo voglia di suonare. Ma non potevo. Il mio compito era solo quello: accordare lo strumento. La sistemai alla buona, credo un tono e mezzo sotto. Meglio non si poteva fare (almeno credo).
La chitarra. Per parecchi sabati successivi, la aspettavamo. E lei, puntualmente, arrivava, unica visita gradita del sabato. Poco prima della messa, coi compagni ci giocavamo gli spiccioli di minuti a disposizione consumandoli per cantare le canzoni che piacevano a noi. Facevamo in fretta, Battisti, Beatles, Battiato suonati a velocità quasi doppia per non perderci neanche un attimo di quella musica, lì dentro, così nuova e diversa.
Poi la messa di Padre Vincenzo, io alla chitarra e "Candeloro", "Maccheroni", "Er Capitano", Gianluca,Gianni "Er malizia", Claudio e "tu sei la mia vita altro io non ho..." cantata in una amalgama sonora che per dissonanze e stecche avrebbe potuto ispirare parecchi compositori contemporanei.
Poi un giorno, la svolta. Padre Vincenzo, che era un giovanissimo prete pugliese, dopo la messa dirottò quella chitarra verso la mia cella. Me la porse. Così, d'impeto. "Io non ti ho dato nulla" mi bisbigliò. Capii al volo e ricevetti quel corpo di legno con le mani che tremavano e lo nascosi sotto la branda (se ricordo bene).
Ero emozionato. Avevo una chitarra in cella. Per me significava solo una cosa: una prigionia meno dolorosa. Avrei potuto suonare solo a notte fonda. Dopo l'ultimo passaggio della sorveglianza. Avvertii di tutto ciò Gianluca ed Enzo (i miei vicini di cella) con la promessa, solenne, di suonare senza disturbare i loro sonni.
Suonare di notte è bellissimo. Dentro una prigione lo è ancora di più. Accovacciato coi piedi sopra il water e nascosto dietro un piccolo separé, mi limitavo a sfiorare quelle corde malconce. Il suono di una chitarra di notte è straordinario. Fuori dalla grata, la luna a guardarmi, una specie di medusa bianca sospesa nel cielo, aria profumata che penetrava dentro, soffiata dalla campagna umida e quella musica...ossia un banale accordo di Re maggiore che diventa qualcosa di concreto che vedi circolare, caldo, che si propaga come un infuso benefico, come ossigeno... mentre il carcere dorme.
Durò solo un paio di settimane. Vennero a svegliarmi all'alba. Tre agenti. "Perquisizione" dissero.
Annuii. L'appuntato "buono" avanzò una proposta: "Se ce la consegni spontaneamente non faremo perquisizione (tradotto: daccela tu o ti mettiamo a soqquadro tutta la cella). Mi voltai. Fu solo in quel momento che mi accorsi che la chitarra occupava in larghezza quasi mezza cella. Mi venne da sorridere. Consegnai la chitarra agli agenti. Partì un procedimento. Io e Padre Vincenzo, gli imputati.
A me non fecero nulla. Il buon Padre Vincenzo (che, intanto, aveva confessato la sua "cessione illegale di strumento musicale") ebbe un formale richiamo dai suoi superiori e dall'ispettore di reparto. Fu condannata solo la chitarra. Che non tornò più. Che non potei più abbracciare. Né suonare.
Mi rimaneva solo lei. La galera. E il suo orribile suono di chiavi, urla e metallo.
Amen.
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