Uno spazio per chi vuole raccontare in maniera creativa la propria galera, quella degli altri, quella solo immaginata o quella assolutamente inimmaginabile.
Impronte
Salvatore Ferraro

I passi erano inconfondibili. Il bofonchiare di voci, il rumore di chiavi, sempre gli stessi. Anche il tam tam sui muri diceva l'identica cosa: un nuovo detenuto stava per entrare in sezione. Erano le sette e trenta. Nino aveva finito di preparare il caffè. Svegliammo Bistecca ancora appisolato nella branda.
Prima accoglienza
Salvatore Ferraro

Chicco cominciò a piangere forte, con un lamento strano, molto modulato. Si accasciò poi lungo il blindato scivolando nell'angolo, come un bambino messo in castigo. "Briciola", il suo compagno di cella, storse la bocca.
Liberante
Salvatore Ferraro

"La spiaggia era una lunga coperta dorata, profumata di sale. La gente si rifocillava la mente standosene sdraiata sul calore del sole. A me piaceva affondare i piedi sulla sabbia fragrante, assaggiare il freddo pelo dell'acqua, rimanere in silenzio a gustarmi il frusciare delle onde, le chiacchiere. La mia mente è rimasta ancora ferma là, a quei momenti. Il resto è stato tutto cancellato. Il male, il bene: tutto" mi disse.
SBARRE DI CIOCCOLATA
Salvatore Ferraro

Io e Gianluca, vicini di cella. Io la numero 3, lui la 4. Io in custodia cautelare, lui... venti anni da espiare. Bussò sulla cella come si fa con le case normali. Io spinsi il blindato. Me lo trovai davanti.
Aveva una sorpresa per me. Un pensiero: una navicella spaziale fatta di cioccolata.
L'aveva realizzata lui. Più di un mese di lavoro per la raccolta della materia prima. La cioccolata.
Era cioccolata scaduta. La portavano "dentro" le associazioni di volontariato. Regalate da distributori che, in prossimità della scadenza, dovevano disfarsene. L'ultimo bacino di scarico di un dolce prossimo a scadere è sempre un carcere. Gianluca era bravo a fare lavori del genere. A Natale il presepe costruito da lui era stato il più bello di tutto il penitenziario. Il carcere organizzava ogni anno "battaglie" fra reparti per chi faceva il presepe più bello. Eravamo come bambini. Chi ha studiato lo chiama processo di infantilizzazione del detenuto.
Insomma la navicella spaziale di Gianluca era bellissima. Aveva tutto. Con cucchiaini di plastica, ritagli di cartone, lembi di "domandina" e incarti di sigarette aveva dato un'anima a quel dolce.
La notte aveva squagliato la cioccolata. L'aveva lasciata, poi, rapprendere al freddo, dietro la grata.
Alla "socialità" della sera l'avremmo mangiata. Accompagnata da birre raffreddate dal getto d'acqua continuo dello scarico del water manomesso (spero che questa necessaria ma anti-ecologica usanza carceraria sia finita) e dal solito balsamo di risate e battutacce per dimenticare dove stavamo. Frantumammo quella navicella. La divorammo, la spezzettammo, ingurgitandola nonostante il sapore sbiadito di un dolce giunto da tempo a fine pena. Dissi a Gianluca che, in fondo, mi dispiaceva aver distrutto quel suo piccolo capolavoro. Gianluca la pensava diversamente. Era sicuro, mi disse, che quella navicella non c'avrebbe portato fuori di lì.
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